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OBIETTIVO CENTRATO
Cairo: «Ci credevo anche dopo Mantova, nelle scarpe avevo due quadrifogli»
Per tre giorni ha caricato i giocatori: «Fra voi e la Storia c’è solo il Mantova, spazziamolo via»
Intervista di Massimiliano Nerozzi


TORINO. Quattro ore per farsi barba e doccia, fra le centinaia di messaggi e di telefonate che gli piovono addosso, compresa una chiamata del presidente del Consiglio Romano Prodi: «Non volevo perderne nemmeno una, ma faccio fatica: la memoria del cellulare contiene 140 sms ed è già piena». Scivola via così la prima giornata di Urbano I, copyright della curva granata, sul territorio finora inesplorato della serie A. Anche se negli ultimi tre giorni, più che un monarca, Cairo è stato il personal trainer della truppa: motivatore, consigliere, grillo parlante, fate voi. Di certo uno che, dopo la tempesta di Mantova, vedeva ancora il sole. Quello che ai giocatori diceva: «Fra voi e la Storia c’è il Mantova, spazziamolo via». Ora può tirare il fiato.

Presidente Cairo, è riuscito a dormire?
«Poco. Dopo la doccia che mi hanno fatto negli spogliatoi, con il pullman siamo andati in giro per la città. In via Roma c’erano due ali di folla: incredibile. Poi abbiamo festeggiato alla discoteca “Cacao”. L’ho praticamente chiusa, alle 5. Ho ripreso l’auto e sono tornato verso Alessandria: alle 6 e un quarto ho letto “La Stampa” in autogrill e mezz’ora dopo ero a dormire».
Il suo sogno l’ha acciuffato.
«Avevo il sogno di fare una grande impresa con il Toro e ce l’abbiamo fatta. Incredibile».
Lei si è autodefinito «un sognatore razionale», ma questa avventura non era un pò al di fuori dei confini della Ragione?
«Ci sono delle imprese che mi piacciono, anche se sono al limite dell’impossibile».
E allora?
«Ho capito che era l’occasione, dopo aver valutato più gli aspetti positivi che i rischi: se avessi contato anche questi, non l’avrei mai fatto. “Ci si impegna, poi si vede”, diceva Napoleone, un grande. Non vorrei fare paragoni irriverenti, ma anche io ho fatto così».
Dopo il 4-2 di Mantova più che un sogno pareva un incubo.
«Avevamo il 30% delle possibilità di farcela. Ma ci credevo».
Lei è il mago delle ripartenze, direbbero gli allenatori: lasciò Publitalia con solo la sua rubrica telefonica e uno dei romanzi che ama, è «Il Conte di Montecristo».
«Quello di Alexandre Dumas è il racconto di un grande ritorno, della rivincita di un uomo che è passato dall’ingiustizia al rilancio. Poi ci sono pure le pagine della vendetta, meno nobili: ma è un libro che mi ha colpito».
Potrebbe pure essere la parabola del Toro.
«Vero. Comunque io ci credevo anche se eravamo abbacchiati dopo la sconfitta di Mantova, perché pensavamo di vincere, o almeno di pareggiare. Da lì ho cercato di stare vicino alla squadra. Ho parlato con tutti e ho cercato di caricarli: “Ragazzi, ce la facciamo, sarà una guerra e voi siete dei gladiatori”. Sportivamente, s’intende».
E le facce sono cambiate?
«Quando ho parlato con alcuni erano scuri, ma poco a poco li ho visti credere nell’impresa. In albergo sono andato a parlare in camera di Abbruscato e Gallo, come faccio dalla partita di campionato contro il Mantova. Ognuno ha i suoi rituali».
Però s’è presentato in panchina.
«De Biasi me l’aveva chiesto pure in campionato, ma avevo risposto di no: “L’allenatore è lei”, dissi. Me l’ha suggerito un tifoso, per controbilanciare la fortuna, anche se lui non ha detto proprio così, del presidente del Mantova. L’ho chiesto a De Biasi: era l’ultima e non avevamo granché da perdere. E poi avevo due quadrifogli nelle scarpe, me li aveva dati un tifoso per Abbruscato e Stellone. Non se li sarebbero messi: l’ho fatto io. Al mattino ero andato in Duomo per la benedizione».
Quanto è costato il sogno?
«Dieci milioni di euro come aumento di capitale. Alla fine della stagione stimo una perdita sui 6 milioni».
Con la A arriveranno i quattrini delle tv.
«Abbiamo già avuto qualche contatto con Sky, Mediaset e 3».
Ci vorranno giocatori.
«Nomi non ne faccio».
È dura anche parlare delle squadre che ci saranno.
«Non voglio scrivere sentenze, non tocca a me, ma se la giustizia sportiva accerta le accuse ci devono essere delle punizioni. Dobbiamo ridare credibilità al calcio. Allo stadio c’erano 60.000 persone e tra l’apoteosi o la sconfitta deve esserci di mezzo solo un palo, un gol. Non altre cose».
Il prossimo sogno?
«Fare bene. Preferisco gli impegni alle promesse. Quest’anno non ho mai parlato di A: però ci siamo».


 












 

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